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Accoglienza senza integrazione

Circa cinquecento immigrati nella provincia di Terni usufruiscono dell’accoglienza diffusa messa in atto in questi anni dalle associazioni e cooperative nell’ambito dei bandi ministeriali. Immigrati che il 30 giugno potrebbero trovarsi senza più nessun sostegno materiale. I criteri di gara proposti dal ministero dell’Interno nei bandi emanati dalle prefetture prevedono notevoli restrizioni economiche.

“Con i nuovi criteri l’inserimento socio-lavorativo e quello scolastico di fatto spariscono – sottolinea Francesco Venturini presidente dell’associazione di volontariato San Martino di Terni - e si prevede che agli immigrati accolti sia dato solo da mangiare e da dormire”.

Da qui il ricorso presentato al Tar del Lazio da parte delle associazioni del ternano, che da anni si occupano di accogliere gli stranieri richiedenti protezione internazionale: Arci, Caritas, San Martino, Laboratorio Idea. Così come è avvenuto per altre associazioni di tutta Italia che hanno fatto ricorso contro il ministero dell’Interno. “Il ricorso lo abbiamo fatto perché non condividiamo quello che c’è dietro al bando - aggiunge Venturini - . L’accoglienza si fa in un certo modo e non con la promozione di strutture collettive e grandi centri di accoglienza”. Un ricorso che è stato avviato con il consenso del vescovo di Terni-Narni-Amelia mons. Giuseppe Piemontese.

Il modello della residenza diffusa attraverso cui sono stati accolti gli immigrati, che determina una ricaduta economica anche sui locali proprietari di immobili che li affittano allo scopo, prevede anche una serie di servizi affidati ad operatori addetti all’insegnamento della lingua italiana, l’accompagnamento, l’integrazione, l’inserimento socio-lavorativo e quello scolastico. Tutte figure professionali che non svolgeranno più il loro servizio.

Il tema dell’accoglienza degli immigrati è stato più volte portato al centro della riflessione dal vescovo Giuseppe Piemontese, prima nella celebrazione del Giovedì santo quando ha ripetuto il gesto della lavanda dei piedi a 12 immigrati ospitati dalla Caritas – San Martino; e più recentemente in occasione della festa del patrono di Narni, san Giovenale, primo vescovo della città.

Di origine cartaginese, Giovenale era una persona colta, medico, cristiano fervente, annunciatore del vangelo, medico dei corpi e delle anime, promotore del benessere spirituale e materiale delle persone, testimoniato nel- l’attenzione e nella cura dei malati, dei poveri, dei bisognosi, dei deboli.

Il vescovo Piemontese ha sottolineato la sua origine africana e la sua testimonianza oggi attualissima: “Ai nostri giorni, in un clima particolarmente di sospetto, di chiusura e di strisciante xenofobia – ha detto nell’omelia - la nostra comunità ha il dovere di promuovere la cultura dell’accoglienza per una legge del contrappasso, in una forma di restituzione per quanto ha ricevuto dal suo Santo venuto dall’Africa. Egli certamente non era ricco di risorse materiali ma di amore. Non veniva alla ricerca di benessere materiale ma per la condivisione della esperienza cosmopolita di Roma e della fede ivi professata da Pietro. Giovenale non è stato visto come portatore di minacce alla sicurezza civile, ma si è inserito nella società del tempo ed ha contributo alla elevazione culturale, religiosa e civile delle popolazioni in mezzo alle quali era venuto a trovarsi”.

Elisabetta Lomoro

Immigrati aTerni impegnati nella cura del verde

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