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Sguardo fiducioso verso il futuro

Si può guardare al futuro con speranza? Lo abbiamo chiesto a mons. Renato Boccardo , arcivescovo di Spoleto - Norcia e presidente della Conferenza episcopale umbra. Alla fine di questo 2018 volevamo fare con lui un semplice bilancio pensando alla vita della Chiesa, ma ne è nata una riflessione che abbraccia tutte le dimensioni della vita.

Che cosa si porta nella memoria e nel cuore di questo anno che si sta concludendo?

“La prima immagine è l’esortazione continua e insistente di Papa Francesco alla missione, cioè andare incontro alle donne e agli uomini del nostro tempo portando la gioia del Vangelo. Noi cristiani abbiamo questo patrimonio che non possiamo tenere per noi, ma che dobbiamo distribuire, condividere, comunicare a tutti i nostri contemporanei. Il secondo è l’urgenza della carità, la carità che copre diversi aspetti della vita della nostra società. E come non pensare a casa nostra ai terremotati, alle popolazioni della Valnerina che portano ancora le conseguenze e le ferite del terremoto? Non soltanto a livello materiale, perché si tratta di ricostruire un tessuto umano fatto di fiducia, di condivisione, di solidarietà, di sguardo fiducioso verso il futuro. Poi la dimensione della carità si allarga: come dimenticare in questo anno i profughi, i migranti, che vengono in terra d’Italia alla ricerca di una vita migliore? Ricordo quelli che sono stati accolti dalle nostre diocesi, dalle nostre Caritas nell’arco dell’anno, ma ricordo anche tutti coloro che qui in Italia si trovano adesso ad affrontare una situazione non facile. Penso alle ultime leggi sull’immigrazione, sull’accoglienza dei migranti: la comunità cristiana, ma anche la comunità civile, non può essere insensibile a questo grido che richiede il nostro impegno responsabile al di là di ogni credo religioso. La terza immagine è quella della vita quotidiana, delle nostre Chiese locali, cioè lo sforzo continuo che a tutti i livelli si fa per la formazione. Penso alla catechesi dei fanciulli, degli adolescenti, dei giovani, degli adulti; penso ai percorsi di accompagnamento al matrimonio per le coppie che desiderano celebrare il sacramento. Penso alle diverse iniziative di vita cristiana a tutti i livelli, quelli più visibili fino a quelli più discreti e più nascosti. Abbiamo una Chiesa che è viva e che vuole abitare questo territorio e renderlo fecondo, seminandovi la parola del Vangelo”.

Per la Giornata per la pace Papa Francesco ha scelto il tema della “buona politica al servizio della pace”. Pensando alle prossime elezioni amministrative e per il Parlamento europeo, lei che è il vescovo della patria di san Benedetto patrono d’Euopa, cosa direbbe ai cattolici?

“Pensando a san Benedetto non posso non pensare all’umanesimo, alla visione di uomo che Benedetto ha avuto e ha codificato con la sua Regola. Grazie a essa la nostra Europa è diventata quello che è.

Ecco, san Benedetto ci ricorda che politica vuol dire bene comune, vuol dire che ciascuno deve lasciare da parte qualche cosa perché tutti possano vivere bene.

Allora credo che l’unica indicazione che la Chiesa può e deve dare è quella di dire ‘non perdiamo di vista ciò che è lo scopo di tutto’. Dobbiamo lavorare tutti insieme, ciascuno secondo le proprie competenze nell’ambito delle proprie responsabilità, per rendere più bella e più buona la vita delle donne e degli uomini di oggi. Tutti quei partiti, quei gruppi politici che abbiamo come progetto e come programma la promozione della vita dell’uomo in tutte le sue manifestazioni, in tutti i suoi momenti, meritano l’appoggio e il sostegno”.

In questo tempo si percepisce una paura diffusa. Cosa significa parlare di speranza oggi, concretamente, per la sua esperienza di Pastore che, tra l’altro, è vicino ai terremotati?

“È difficile, perché quando diciamo ‘speranza’ pensiamo a una situazione, a un mondo senza problemi, senza sofferenze, dove tutto sia bello, tutto sia facile, tutto sia immediatamente raggiungibile senza sacrificio, senza impegno, senza fallimenti… ma questa è un’utopia. La speranza non è una situazione idilliaca, la speranza è il desiderio del bene: di un bene possibile, che dev’essere però costruito rimboccandosi le maniche con l’impegno di ciascuno. Ritrovare la speranza in un presente, in un futuro migliore, più bello, più buono, vuol dire assumersi le proprie responsabilità. Ho visto la gente terremotata che, proprio per incarnare questa speranza, ha cominciato subito a riprendere - per quanto possibile la vita normale, ritrovando il proprio lavoro, pur con mille difficoltà, ritrovando dove possibile la propria abitazione, ricominciare. Mi pare che la speranza sia anzitutto un sentimento che ti spinge a ricominciare, senza aspettare che qualcun altro faccia quello che puoi fare tu”.

Ciò che emerge dalle sue parole è che quando si parla del futuro in una prospettiva di Chiesa si guarda a quello che si può ancora fare, non c’è un ripiegamento sul passato. Questo 2019, come Chiesa, che appuntamenti ha davanti?

“Mi piace sottolineare che l’anno si apre con una Giornata mondiale dei giovani, che è in stretto collegamento con il Sinodo dei vescovi sui giovani, da poco celebrato.

Cioè è tutta la Chiesa che guarda ai giovani, e non perché sono il futuro: sono il presente! Il Papa continua a insistere su questo: i giovani non sono quelli che verranno, ma sono quelli che sono qui oggi, e sono loro con la loro idealità, con la loro capacità di sognare, con i loro entusiasmi, con le loro bizzarrie anche, a mantenere vivo il senso della vita, della vita anche delle nostre comunità.

Guardare al mondo giovanile evidentemente suscita preoccupazione.

Che cosa possiamo dare noi, come possiamo essere presenti nel mondo giovanile, quale messaggio? Non è vero che i giovani siano insensibili alla dimensione interiore, alla dimensione religiosa, anzi sono alla ricerca spasmodica di un senso, il Senso del senso della loro vita. Noi pretendiamo di avere la risposta a questa domanda, e allora è bello iniziare l’anno proprio con questa immagine dei giovani del mondo intero che si ritrovano per guardare insieme e nella medesima direzione che è la direzione che ci viene dal Vangelo di Gesù”.

E qui in Umbria?

“Quanto alle Chiese umbre, ricordavo prima l’attività fedele, nascosta e quotidiana. Stiamo poi lavorando a un’Assemblea ecclesiale da celebrare nell’autunno 2019 che ci permetta un po’, come è stato richiamato, non tanto di guardare indietro (quello che è stato fatto, lo affidiamo alla provvidenza di Dio e alla sua misericordia). Dobbiamo invece prendere coscienza del nostro dovere oggi, in questa società, nel contesto in cui viviamo, dell’urgenza dell’annuncio del Vangelo. Allora le Chiese umbre si ritrovano per confrontarsi, per ricercare insieme, in questo stile di dialogo e di sinodalità che ci insegna Papa Francesco, e definire insieme le linee di azione. Non per fare un programma di azione... il Vangelo va ben al di là dei programmi, questo lo sappiamo. Però riprendere fiato, riprendere slancio, per continuare ad annunciare quanto possa essere bello e significativo, anche oggi, essere discepoli di Gesù. Appare come un anno che è proiettato in avanti e ci proietta in avanti.

Siamo eredi di una grande storia; pensiamo ai nostri santi per esempio, dai santi più conosciuti a quelli più nascosti.

Siamo eredi di una grande storia che ha fatto germogliare nella nostra terra umbra tanti frutti di impegno di carità, di solidarietà, di santità. Questa storia che oggi ci appartiene, la dobbiamo ‘rilucidare’, dobbiamo restituirle nuova lucentezza in maniera che possa continuare a generare dei modi di pensare, dei modi di agire anche nei nostri contemporanei. Questa mi sembra anche la finalità dell’Assemblea ecclesiale che celebreremo”.

Maria Rita Valli

Mons. Boccardo al campo sportivo di Norcia celebra tra i terremotati

“Abbiamo una Chiesa che è viva, e che vuole abitare questo territorio e renderlo fecondo seminandovi la parola del Vangelo”

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