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“Ero straniero e...”

“C’è un ragazzo giovanissimo del Pakistan, neo maggiorenne, arrivato da pochi giorni in una delle case d’accoglienza della diocesi di Perugia. È in viaggio da tre anni. Quando aveva 15 anni suo padre l’ha accompagnato alla frontiera della Turchia e gli ha detto: ‘Vai! Tu sei il nostro futuro’. Se un papà mette a rischio la vita di suo figlio è evidente che non lo fa a cuor leggero”. Di storie così, difficili ma anche ricche di speranza, ne ascolta ogni giorno Stella Cerasa , assistente sociale della diocesi di Perugia che lavora al progetto diocesano d’accoglienza per richiedenti protezione internazionale.

Da tre anni a questa parte sono sei le case d’accoglienza diocesane inquadrate come Cas (Centri d’accoglienza straordinaria, vedi scheda a lato), che ospitano stranieri in attesa della risposta alla loro domanda di asilo. Al momento gli ospiti totali sono 90: ragazzi, giovani, donne, famiglie.

“Quello che ci fa male è sapere che, con la nuova legge, ai nostri centri non è più riconosciuta la grande attività di integrazione che abbiamo svolto finora sottolinea Cerasa - . Dall’insegnamento della lingua italiana ai progetti di avviamento al lavoro, fra cui ricordiamo quello di manutenzione di 4 aree verdi della città. I Cas ormai sono solo posti dove si aspetta una sentenza”.

Sentenze che, dopo l’entrata in vigore del Decreto sicurezza (convertito in legge 132 del 2018), saranno per lo più di diniego, col venir meno del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

“Siamo molto preoccupati” commenta l’assessore ai Servizi sociali, edilizia pubblica e pari opportunità del Comune di Perugia Edi Cicchi . “Il Comune è tenuto a seguire quello che il Decreto chiede, quindi stiamo analizzando il nostro Sprar e i Cas proprio in questi giorni per capire la posizione di ogni ospite. Se nello Sprar ci sono richiedenti asilo o titolari di protezione umanitaria devono uscire”. Che fine faranno? “Si ritroveranno per la strada. Diventa poi un problema della Prefettura, che sa di avere sul territorio persone irregolari senza fissa dimora”. “Fortunatamente aggiunge Cicchi - il nostro è uno Sprar piccolo, ci sono 65 posti, quindi il numero di persone messe alla porta non sarà altissimo. Il problema a Perugia si può creare proprio con le uscite dai Cas che hanno numeri molto più alti. In questi centri i titolari di Protezione umanitaria (circa il 70%) non potranno più rimanere”.

“I ragazzi sono consapevoli del clima politico che si respira oggi sul tema migranti, anche perchè molti di loro vengono da altri Paesi europei in cui hanno avuto modo di informarsi - spiega Cerasa - . Sono tristi e molto preoccupati riguardo ciò che li aspetta. C’è un ragazzo del Gambia di 20 anni che era sempre molto gioviale. Dopo l’esito negativo della commissione riguardo il suo permesso, è cambiato: spesso si isola e quando proviamo a parlarci gli si riempono subito gli occhi di lacrime”.

La paura per il futuro non è tanto per loro stessi, quanto per i cari che hanno lasciato nel Paese d’origine: “Temono come dire ai familiari che non sono stati accettati, che non possono lavorare. Basti pensare che i famosi 60/70 euro che prendono al mese attraverso la prefettura (perchè di queste cifre parliamo, nonostante ciò che si suole credere) li inviano quasi tutti alle famiglie”.

Ci sono però anche storie a lieto fine, come quella di Precious, ragazza nigeriana che lavora da più di un anno come badante, lavoro che le ha consentito di lasciare il centro e mantenersi. “Continuiamo a seguire e a tenerci in contatto anche con quelli che vanno via, per accompagnarli nei passaggi successivi. Così come continueremo, per quanto possibile, ad insegnare l’italiano e a fare progetti lavorativi, lungo la strada dell’integrazione. Credo che d’ora in avanti l’essere Chiesa darà quella spinta in più verso una nota positiva dell’accoglienza” commenta Cerasa.

Questa voglia di continuare ad aprire le porte nonostante tutto fa cadere ogni pregiudizio di chi vede al centro della questione il giro d’affari che ruota attorno ai migranti. “Non c’è lucro. Se ogni tanto avanza qualcosa o ci sono delle risorse in più, vengono riutilizzate per altre attività sempre a fini caritativi” assicura Stella Cerasa.

Valentina Russo

Donne ospiti dei progetti d’accoglienza diocesani

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